Università di Bologna – Tesi di Silvia Siberini

Ex Dipartimento di Studi linguistici e orientali
Dipartimento di Storia Culture Civiltà
(Archeologia, Antropologia, Orientalistica, Geografia, Storia)
Corso di laurea in Storia, culture e civiltà orientali
Relatore della tesi: prof. Saverio Marchignoli, docente di Lingua e letteratura sanscrita,
Filosofie dell’india e dell’Asia orientale, Civiltà indiana, Indologia.
Intervista per la tesi di laurea di: Silvia Siberini,
Risposte di Mario Thanavaro
Quale percorso l’ha resa prima praticante e successivamente Maestro?
Fin da piccolo mi sono sentito alla ricerca della mia umanità e al tempo stesso della mia ‘vera natura’: ero orientato all’introspezione, sentivo dentro di me una presenza, un’autocoscienza, la consapevolezza della forza spirituale che appartiene a tutti gli esseri! Questa tensione interiore si è espressa in me, da giovane, con l’aspirazione alla libertà espressiva, sia nella pratica delle arti marziali –  il judo  –  sia  nell’ambito artistico, attraverso lo studio della musica, della pittura, della danza e del teatro. Ero  particolarmente interessato alla musica pop, rock e al jazz. Nel 1974, all’età di diciott’anni, presi la decisione radicale di lasciare la scuola, i due gruppi musicali con i quali suonavo come batterista e percussionista, la mia famiglia e gli amici, per recarmi a Londra con il sogno di realizzarmi musicalmente. In realtà scappai di casa! Per fortuna che i miei genitori, ai quali avevo spiegato le mie motivazioni in una lettera e che avevo in seguito ricontattato, non si precipitarono per acciuffarmi ma mi permisero di fare la mia esperienza di vita. Di questa loro fiducia sono particolarmente grato. L’esperienza londinese fu formativa sotto diversi punti di vista, non ultimo per il fatto che per la prima volta, come immigrato, mi accorsi di essere italiano! Per mantenermi lavoravo in un fast-food 14 ore al giorno, sette giorni su sette, per una misera paga.  Dopo cinque mesi di duro lavoro avevo comunque messo da parte sufficienti soldi per riprendere a studiare e guardarmi attorno. Scoprii la Londra multiculturale e iniziai a studiare percussioni sotto la guida di un maestro indiano di tabla che mi introdusse allo studio della ritmica indiana. Dopo otto mesi, trascorsi a Londra, tornai in Italia per assolvere – sia pure controvoglia! – ai miei obblighi di leva. Questa per me fu un’esperienza caratterizzata da una forte crisi di coscienza. Il mondo così com’era, con i loro governi ed eserciti,  non mi piaceva, lo trovavo pieno d’ingiustizia, di violenza, di crudeltà e di sofferenza. Sentivo di volere un mondo diverso, ma non credevo che si potesse realizzare attraverso la politica! Ero nel frattempo diventato vegetariano: cucinare carne e pesce tutti i giorni in un fast-food mi aveva aperto gli occhi sulla sofferenza inflitta dall’uomo agli animali, nonché sulla natura tossica di quel tipo di alimentazione. Ritornato in Italia a 19 anni, mentre nelle strade si manifestava al  grido dello slogan: “Lotta dura senza paura!” io sognavo invece di andare in India, ed ero convinto di volerci andare come missionario cattolico! Durante il servizio militare iniziai un periodo intenso di introspezione sia come cristiano che attraverso la scoperta del buddhismo, di cui mi parlò un compagno d’armi discepolo di un maestro tibetano. Lui era figlio di emigrati friulani in Svizzera, ma aveva discendenti di origine mongola, e dall’età di sei anni era stato educato da un lama (maestro) tibetano, probabilmente uno sciamano. Lui però non mi parlò mai della tradizione del buddhismo tibetano, il Vajrayana. La distinzione tra le varie scuole buddhiste l’avrei compresa solo più avanti, a seguito di un mio percorso di studio e di approfondimento.
Sempre attraverso la lettura avevo approfondito i testi del cristianesimo, anche se all’epoca i Vangeli apocrifi erano introvabili, e si potevano studiare solo quelli ufficiali. Molto importanti, per me, sono stati  gli scritti di Meister Eckhart e del monaco trappista Thomas Merton, che mi hanno avvicinato all’idea della contemplazione come percorso di vita.  Nello stesso tempo la lettura del libro Autobiografia di uno Yogi, di Paramahansa Yogananda, mi rassicurò sul fatto che gli indiani non avessero alcun bisogno di essere convertiti da missionari cattolici, perché avevano già una loro profonda spiritualità. Il racconto della vita di Paramahansa Yogananda fu per me di grande ispirazione e pensai che da grande sarei diventato uno swami, un monaco!
Fu durante il terremoto del Friuli, quando avevo 21 anni ed ero ancora sotto le armi, che presi  coscienza della mia umanità, in tutta la sua fragilità e immensità. Era il 6 maggio del 1976. Ero appena uscito dalla doccia, alla fine di un allenamento di judo, le prime scosse mi sorpresero nudo e inerme e non potei fare altro che restare in piedi nel vano di una porta. Durante quei 6 secondi di scosse telluriche sono entrato in uno stato di ascolto e di pace profonda che ora definisco ‘stato meditativo’. Ecco! Allora entrai, in modo consapevole, in contatto con le energie della terra e del cielo e ‘andai oltre’. Quella esperienza è stata per me un punto di svolta, un’apertura: in quel momento presi coscienza della mia umanità e al tempo stesso entrai in uno stato di consapevolezza senza confini.  Durante il terremoto nella mia regione morirono circa 1000 persone, e per me nulla fu come prima!  Il terremoto continuò con scosse di varia intensità per circa tre mesi. Grazie ad un congedo temporaneo dal servizio militare potei trascorrere quel drammatico periodo con i miei familiari, i quali nel frattempo come tutti i nostri  vicini di casa dormivano nei garage di lamiere.
Una volta assolti gli obblighi di leva, mi  fermai per un anno a Padova, e qui continuai la mia esperienza nell’ambito della musica indiana, suonando con il sitarista Paolo Avanzo. In quel periodo, davvero molto intenso, ho approfondito l’ascolto di me stesso e mi sono domandato cosa volessi veramente realizzare nella mia vita. Così  passai gradualmente dallo studio dello strumento musicale a quello dello strumento umano: ero alla ricerca di una comprensione più profonda della dimensione corpo/mente, ispirata alla psicologia buddhista e all’insegnamento del Buddha. Mi fu chiaro che volevo  fare un lavoro di ricerca spirituale avvalendomi delle pratiche della meditazione come strumento. A 22 anni,  non trovando in Italia dei centri di meditazione e un maestro che mi guidasse,  sentii forte in me la vocazione alla vita monastica. Pensai che  all’interno di una comunità monastica buddhista  avrei potuto attuare in me quella rivoluzione interiore che ritenevo fosse la premessa fondamentale per qualsiasi cambiamento radicale del sistema e del mondo. Qualche tempo più tardi, attraverso un libro di Christmas Humphreys venni a conoscenza di centri buddhisti in Inghilterra e durante una conversazione casuale in un ristorante vegetariano sentii parlare di un centro buddhista vicino Oxford dove allora insegnavano monaci della tradizione Theravada, la più diffusa nel Sud Est Asiatico,  e dove il maestro Coleman, discepolo del maestro birmano U Ba Kin,  conduceva ritiri di Vipassana della durata di 10 giorni.
Per questa ragione ritornai in Inghilterra  e fu proprio al centro buddhista vicino Oxford che incontrai Achaan Sumedho, maestro e monaco buddhista che riconobbi subito come il mio padre spirituale. Nell’ottobre del 1977 diventai anagarika (senza fissa dimora) a Londra, e l’anno successivo diventai samanera (novizio).
Ricevetti upasampada (ordinazione di bhikkhu) il 27 ottobre del 1979 in un’imbarcazione sul Tamigi dal mio precettore il venerabile Dott.. Saddhatissa Maha Thera, mentre Achann Sumedho e il venerabile Lakkana erano i miei insegnanti, “Acharya”, le mie guide che mi avrebbero insegnato con il loro esempio.  Così diventai il primo monaco occidentale discepolo del famoso maestro della foresta thailandese, il venerabile Achaan Chah, ad essere ordinato in Inghilterra! Al momento dell’ordinazione mi fu dato il nome ‘Thanavaro’ che significa ‘Fondazione eccellente’, e questo è da allora  il mio nome spirituale!
Per 18 anni ho avuto come maestro Achaan Sumedho e come monaco itinerante  ho vissuto in Svizzera, in Thailandia, in Birmania, in Australia, in California, in India, in Nepal, nello Sri Lanka ed in Israele.
Su che cosa si fonda la sua qualifica da maestro?
La mia qualifica di maestro mi è stata data dal mio maestro (padre spirituale) il venerabile Achaan Sumedho dopo 10 anni vissuti da bhikkhu (monaco).  La mia ricerca spirituale mi ha portato lungo gli anni allo studio e alla pratica di altre tradizioni, nonché ad una maggiore attenzione all’educazione dei bambini, nei quali scoprii i germogli dello spirito. In 35 anni di studio e di ricerca spirituale ho ricevuto tanti altri insegnamenti da altri Maestri che hanno segnato profondamente la mia evoluzione, tra i quali Sua Santità il XIV Dalai Lama, il XVI Karmapa, Achaan Chah, Achaan Buddhasa, Krishnamurti, Namkhai Norbu Rimpoche e il Maestro Hsuan Hua per citarni solo alcuni.
Dopo 12 anni di vita all’estero (ho vissuto 8 anni in Inghilterra e 4 in Nuova Zelanda), ove contribuii alla fondazione e alla crescita di alcuni monasteri, fui invitato dal mio maestro a ritornare in Europa. Lasciai dunque la Nuova Zelanda, paese che ho amato molto, e prima di tornare a vivere nel monastero di Amaravati in Inghilterra nel novembre 1989 mi fermai in Italia per far visita ai miei genitori che non vedevo da 4 anni. Allo stesso tempo il mio maestro si trovava a Roma per condurre un  seminario di meditazione e Ajahn Sumedho e in quella occasione mi fu offerta la possibilità di rimanere in Italia per fondarci il primo monastero Theravada dei monaci della foresta. L’apertura ebbe luogo il 21 Marzo del 1990, e il monastero Santacittarama fu aperto ufficialmente a Sezza in provincia di Latina, con l’entusiasmo e il supporto di entrambi i buddhisti italiani e asiatici residenti in Italia. Ricordo che fui calorosamente accolto dalla cittadinanza e come voleva la tradizione mantenni il quotidiano giro della questua (pindapata) a cui la gente rispondeva spesso generosamente offrendo del cibo nelle loro ciotole. Ne sono stato l’abate per sei anni. Nel Luglio del 1995, mi recai in America, in California, per un ritiro solitario  di tre mesi, poco prima, nella città dei 10.000 Buddha, partecipai ai solenni funerali del  Maestro Hsuan Hua, dal quale aveva ricevuto preziosi insegnamenti sulla pratica della compassione. In tale occasione maturai l’intenzione di partecipare ad una importante iniziazione, la trasmissione dei precetti di Bodhisattva. Li ricevetti nel settembre dello stesso anno secondo un complesso rituale, durato tre giorni, della tradizione  Mahayana cinese. Dopo pochi mesi dal mio rientro in Italia, nel febbraio del 1996, dopo 18 anni di vita monastica, di cui gli ultimi sei molto impegnativi in qualità di Abate, Maestro di meditazione, Presidente dell’Unione Buddhista Italiana e membro della Fondazione Maitreya, presi la decisione di ritornare allo stato laicale. Lasciai così la sicurezza del monastero insieme all’immagine pubblica istituzionale, di notevole impatto, che mi accompagnava da diversi anni, per ricominciare una vita quasi nell’anonimato.
Ci tengo a precisare che questa mia scelta  non va vista come una frattura tra la precedente vita religiosa da monaco e l’attuale vita secolare da laico nel mondo, cioè in un contesto ‘privo di cinture di sicurezza’. È soltanto una nuova fase, frutto di una rinnovata creatività e visione della vita. Anche dopo il mio ritorno allo stato laicale ho ricevuto la stima e  l’incoraggiamento del mio maestro  il Venerabile Achaan Sumedho ad insegnare, così come quello di tanti altri monaci e maestri che ho incontrato e con i quali ho vissuto negli anni e tuttora  ho rapporti di reciproco affetto e amicizia.
Negli ultimi 15 anni ho approfondito molti temi e diverse tematiche della spiritualità. In qualità di  qualificato maestro di meditazione propongo l’unione di tutte le tradizioni religiose, nella prospettiva di un approccio olistico alla conoscenza.
I temi che propongo nei miei incontri sono stati e sono ancora oggi, parte integrante delle mie scelte e della mia ricerca personale. Come amico e guida spirituale tengo conferenze e seminari di pratica meditativa e conduco ritiri di meditazione samatha-vipassana (di concentrazione e di visione profonda) in tutta Italia. Ho fondato l’Associazione culturale AMITA Luce Infinita e l’Associazione Sinergie, insieme alla dott.ssa Enzina Franzese, psicologa, psicoterapeuta, e anche mia consorte nella vita. I progetti educativi dell’associazione  sono finalizzati al risveglio della coscienza alle sue più alte potenzialità evolutive attraverso  la crescita psichica e spirituale nella pratica del Dharma e nello spirito dell’Amore incondizionato così come enunciato nelle più alte dottrine dei Maestri e delle Maestre di tutti i  tempi. Quelle che ho raccontato in breve sono state per me tutte modalità, esperienze, tappe, finalizzate alla ricerca della verità: la scoperta, la meraviglia, la conoscenza e la realizzazione di sé, il benessere profondo, la bellezza, la bontà, la libertà.  Mi sento comunque sempre un principiante e ho ancora tanto da imparare! Sono convinto che la vita è la mia migliore maestra e che insegnare è imparare due volte. Poiché non si impara soltanto nel silenzio della meditazione ma anche nel momento in cui si comunica, si traduce in parole, la propria esperienza di vita.
Qual è il valore del rapporto allievo-Maestro nel buddhismo e per Lei?
In tutte le scuole Buddhiste è sicuramente presente il valore della venerazione verso la figura del Buddha, il maestro perfetto, e verso i suoi discepoli più altamente realizzati e in senso più ampio verso tutto il Sangha, l’intera comunità dei nobili praticanti. Nella tradizione Theravada, la così detta “Scuola degli anziani”, che ha avuto origine in India al tempo del Buddha, circa 2500 anni fa  e si è poi diffusa  in tutto il Sud Est Asiatico, è tuttora presente una forte devozione nei confronti del Buddha, così come di monaci e di monache, di maestri e di maestre laiche, degni di rispetto, di riconoscimenti e di gratitudine. Io stesso, nelle vesti di semplice monaco prima e dopo 10 anni di addestramento divenuto a mia volta maestro, ne ho beneficiato.  In riferimento al rapporto allievo-Maestro, per esperienza personale posso dire che l’intensità e il valore del rapporto dipendono dal grado di connessione profonda, di fede, che si stabilisce con il proprio maestro/a. La relazione maestro-discepolo è strumentale e funziona solo se c’è una forte motivazione, determinazione e fiducia da parte del discepolo e dall’altra parte c’è un vero maestro, una qualificata guida spirituale capace di guidarti nel sentiero della Liberazione al quale si è dato il proprio impegno.  La relazione va intesa all’interno del binomio allievo-maestro solo in senso relativo in quanto la presenza del maestro esterno ha una funzione speculare e si risolve in modo fecondo, nell’ambito di un vero processo di apprendimento-educazione in cui il maestro si adopera in tutti i modi per “tirare fuori”, e cioè portare alla luce la saggezza che è nel proprio allievo risvegliando in lui o in lei la ‘verità’ che è già presente in loro stessi. Sia per il maestro che per l’allievo è un processo arduo ed intenso che può durare tutta la vita o più vite!  Ci vuole risolutezza nel intraprendere  una tale relazione.  Tuttavia spetta ad ognuno di noi esercitare una scelta così radicale di trasformazione e di liberazione interiore.
Il proprio cammino spirituale non può essere deciso o facilitato da qualcun altro se non nella misura in cui il discepolo nella piena fiducia, nel pieno abbandono, nell’apertura di mente e cuore chieda di essere guidato; e anche in questo caso, nella relazione maestro e discepolo, le scelte vengono fatte per consenso reciproco.
Qual è la sua relazione con i testi (li legge, li studia…)?
Nel Buddhismo i testi, che per altro includono non solo quelli canonici ma anche i commentari, rappresentano una vasta e importantissima fonte d’ispirazione e conoscenza alla quale attingere per orientare la propria vita. Io stesso sono grato per tutti i testi che ho letto e che continuo a leggere, e che mi hanno aiutato nel corso della mia ricerca spirituale.  Nell’ambito della tradizione dei ‘monaci della foresta’ e secondo le direttive del nostro maestro Thailandese il venerabile Achaan Chah e dello stesso venerabile Achaan Sumedho, suo discepolo diretto, lo studio dei testi era marginale rispetto alla pratica della disciplina monastica e alla pratica meditativa, anche perché l’insegnamento veniva trasmesso, come del resto era al tempo del Buddha, oralmente. La funzione dell’insegnamento trasmesso direttamente da maestro a discepolo aveva la funzione di risvegliare la saggezza intuitiva innata nell’allievo. L’apprendimento avveniva anche al di là delle parole, in quanto l’addestramento nei monasteri della foresta era già in sé un insegnamento. La vita monastica era dura e ardua,  sia per le condizioni climatiche del paese sia per le lunghe ore trascorse lavorando manualmente e meditando. Tuttavia anche da monaco non mi sono mancate le occasioni per leggere e studiare i testi e spesso di mia iniziativa. Le letture e lo studio mi sono stati utili per sostenermi  nella pratica della meditazione e per rafforzare  la mia connessione con la tradizione e il lignaggio che risale ai tempi di Buddha. Secondo la tradizione Theravada il resoconto del suo insegnamento si trova nel Tipitaka, in pali, la lingua antica dell’India dell’Ovest. Pare che il pali fosse parlato nella regione di Avanti, dove la scuola Theravada ebbe i suoi centri più grandi e importanti. Nei testi buddhisti, comunque, non c’è una sola parola che possa essere ricondotta con autorità incontestabile a Gotama Buddha come personaggio storico. Gli studiosi che esaminano i suoi insegnamenti nei testi pali, fanno una distinzione tra buddhismo originario e Buddhismo degli inizi.
In origine la vita dei discepoli di Buddha era abbastanza differente dalla vita monastica del periodo successivo. I primi buddhisti eremiti vissero nelle foreste e nelle grotte praticando la meditazione. Non era insolito per i monaci vivere nei cimiteri per sviluppare le meditazioni sull’impermanenza, un tema centrale degli insegnamenti buddhisti.  Gotama Buddha era considerato un eccellente essere umano, ma non veniva deificato o idealizzato, anche se poi in seguito la sua deificazione prese piede gradualmente.
Il Buddhismo degli inizi sottolineò che ogni cosa cambia (anicca), che niente è permanente” Le cose non esistono nel modo che vogliamo noi, e perciò diventano insoddisfacenti e sorgenti di sofferenza (dukka). Non esiste nessuna sostanza metafisica indipendente, non c’è nessun “sé” (anatta).
Lo scopo ultimo dell’insegnamento su non-sé era l’abbandono di ogni forma di desiderio egoistico, incluso il desiderio della pace perfetta o liberazione (nibbana). Poiché questo era uno stato ideale, veniva descritto come “L’altra sponda”. Anche il concetto di vacuità (sunyata) è rintracciabile nelle scritture del Buddhismo degli inizi e, in pratica, venne considerato nel senso di liberazione e felicità definitiva.
Il Buddhismo degli inizi, tuttavia, si astiene dall’elaborare ogni possibile ulteriore definizione rispetto la Realtà assoluta.
Il principio più elevato è, semplicemente, la via della pace e dell’abbandono dei conflitti, l’estinzione di ogni sofferenza.
Nel primo secolo d.C., dopo circa cinquecento anni di tradizione orale, fu messo per iscritto il canone Pali preservato dalla scuola Theravada (detto Tipitaka). Il temine Pali significa letteralmente tre cesti. Si tratta di tre sezioni dette “cesti”(da ti= “tre,” + pitaka, = “cesti).
Il Canone Pali o Tipitaka è la collezione dei testi che delineano le basi dottrinali del Buddhismo Theravada (L’insegnamento degli Anziani) e ne costituiscono il corpus completo dei testi canonici. Questa Scuola prospera ancora in Sri Lanka, Birmania, Laos, Cambogia e Thailandia.
Il Tipitaka, insieme ai testi post-canonici (commenti, cronache, storie, ecc.) è vastissimo: nelle traduzioni inglesi, i testi comprendono circa 12 volumi.
Le tre divisioni del Tipitaka che tuttora trovo di grande ispirazione sono:
il Vinaya Pitaka , il Sutta Pitaka e l’Abhidhamma Pitaka.
Il Vinaya Pitaka è una raccolta di regole di comportamento e relative storie che formano la disciplina monastica di monaci e monache. Il benessere e la prosperità del Sangha dipendevano dal vivere in accordo al Dhamma-Vinaya (L’insegnamento e la disciplina) del loro Maestro originario: il nobile Buddha. Il Vinaia Pitaka tratta delle regole di comportamento a cui attenersi negli affari quotidiani del Sangha, la comunità monastica composta dai bhikkhu (monaci pienamente ordinati) e dalle bhikkhuni (monache pienamente ordinate). L’insieme delle regole contenute nel Vinaya Pitaka vengono spesso imparate a memoria e recitate da un membro del Sangha all’assemblea monastica nel corso di una suggestiva cerimonia, con cadenza quindicinale, che segue il calendario lunare. Questi testi costituiscono un valido documento storico. Includono gli episodi che hanno dato origine alla nascita di tali regole. Sono un valido aiuto proposto dal Buddha stesso al fine di mantenere l’armonia nella sua sempre più ampia e variegata comunità religiosa. E’ un testo tuttora usato nei monasteri buddisti Theravada di tutto il mondo. Il Vinaya Pitaka è uno strumento valido per la pratica della consapevolezza. Il codice della disciplina monastica (Vinaya), ha ricevuto in Thailandia un’attenzione speciale e un’osservanza accurata, quindi è stato mantenuto in un modo eccezionalmente puro.
Il Sutta Pitaka è suddiviso in cinque gruppi e consiste nei discorsi che contengono gli insegnamenti di Buddha; mentre l’Abhidhamma Pitaka – comunemente accettato come opera più tarda – è formato da dissertazioni sulla natura filosofica e psicologica degli insegnamenti, amplificando i termini e le idee contenute negli altri due “cesti”.
Qual è il suo rapporto con la tradizione?
Le tradizioni hanno una funzione importante. Mi rendo conto che tutte le società umane hanno delle “tradizioni”. Queste sono secolari, a volte anche religiose e spirituali. Attraverso  le tradizioni si è trasmesso per millenni, di generazione in generazione il sapere, una certa “visione del mondo”. La tradizione di appartenenza rappresenta le nostre radici. Secondo il filosofo Heidegger  l’uomo può comprendere il significato dell’essere soltanto comprendendo se stesso come entità storica e temporale.  Le tradizioni sono ricche di idee, credenze e pratiche ritenute fondamentali in un determinato contesto culturale. Comprendono riti, cerimonie, racconti, credenze, regole di comportamento, pratiche, usanze che vengono ritenute giuste da coloro che le seguono. Tuttavia sappiamo che quello che è affermato da una tradizione può essere completamente sbagliato e fuorviante per un’altra. Nella mia esperienza di vita la tradizione giudaica cristiana e quella indo-buddhista  rappresentano le mie due radici principali e pertanto le rispetto. Tuttavia mi sento vicino anche alle tradizioni sciamaniche, al taoismo, al sufismo e alle tradizioni animiste! In realtà vorrei fare un salto spazio temporale e andare oltre il passato, il presente e il futuro…oltre tutte le tradizioni!  A mio avviso il rapporto individuale che ciascuna persona sviluppa con ciò che è sacro avviene nello spazio misterioso della coscienza di ciascun essere! Come cantava John Lennon in “Imagine” , sogno un mondo terreno e ultraterreno senza confini di alcun tipo!
Che cosa significa essere Maestro nel contesto buddhista?
Il Maestro indica la Via… ma non è la meta! Sono un’unica realtà. Chi realizza la buddhità (l’unione con la propria natura di Buddha) realizza il Dharma! Colui che viene riconosciuto come guida, come maestro o maestra si assume la responsabilità del proprio compito – ed è una grande responsabilità – di entrare profondamente nella vita di un’altra persona. Lo si può fare solo con umiltà all’interno di un proprio compito personale. In altre parole  il maestro sa di essere al tempo stesso allievo e discepolo del supremo Dharma. Si sente chiamato a seguire questa via nell’ambito del proprio percorso di crescita di maturazione. Colui o colei che è chiamato, o chiamata, a svolgere questo compito nel quadro relazionale della pratica spirituale si affida in ugual misura all’unica realtà alla quale tutti siamo chiamati, al tempo stesso maestri e discepoli.
Questa relazione, per funzionare, necessita da entrambe le parti una unione di corpo, mente e cuore. Certamente possibile, ma non sempre facile da attuare. Questa unione è possibile nella misura in cui ci affidiamo, apriamo la mente e il cuore per ricevere il dono prezioso dell’insegnamento.  Nell’ambito della relazione con il proprio maestro è importante andare oltre la dinamica “attaccamento- avversione”.  A volte ci si attacca ‘troppo’ alla figura del proprio maestro e  si creano forme di dipendenza. Paradossalmente la persona che doveva aiutarvi a trovare la nostra strada per la libertà diventa la nostra prigione! Non è necessariamente colpa del maestro se ciò avviene, in molti casi è la nostra immaturità e fragilità che ci rende dipendenti, possessivi e gelosi. C’è anche chi considera il proprio Maestro/a il più grande e non perde occasione per svalutare gli altri. Non manca chi se ne approfitta!
Uno dei pericoli più grandi all’interno del percorso iniziatico è l’orgoglio spirituale e la tentazione del potere. Ciò è particolarmente vero al giorno d’oggi, in cui si assiste ad una proliferazione di massa di improvvisati maestri e insegnanti spirituali. Molti si presentano come guide e sono  portate a pensare che sia un loro dovere e diritto dire ad un altro cosa fare della propria vita. Di solito, il rapporto maestro e discepolo è determinato dalla richiesta ferma, sincera ed irremovibile di chi si presenta come pronto a recepire il messaggio dell’insegnamento. E’ la determinazione del discepolo che rende un altro suo maestro; è la fede del discepolo che lo rende grande.
Non sono sicuramente i certificati o gli attestati di questa o quella scuola di pensiero, di questa o quella tradizione o lignaggio che ci permette di incontrare, nel riconoscimento dell’altro, un figlio o una figlia spirituale, o un amico lungo l’unico sentiero del risveglio come compagni di viaggio. Solo se la via è decisa è possibile proseguire insieme, passo dopo passo, prima uno e poi l’altro a secondo dei passaggi, dei momenti, delle richieste. E questo cammino di maturazione inevitabilmente ci porta, in qualità di guide, maestri, a divenire noi stessi dono sacrificale.
L’ultimo prezioso insegnamento è una vera e propria offerta da parte del maestro ai propri discepoli della propria vita. Ne è un esempio ‘estremo’ Gesù!
Appena diventato monaco mi  affidaii completamente alla guida del mio precettore e in particolar modo di Achaan Sumedho, il mio maestro “radice” , che è stato per me un ‘vero padre spirituale’. La relazione tra il mio maestro e me, suo discepolo, è stata analoga a quella che lega padre e figlio. Così com’è indicata nel Vinaya-pitaka, il libro della disciplina monastica della tradizione Theravada, il testo più antico del Canone Pali, ho vissuto sotto il controllo e la tutela  del mio maestro per un periodo di 18 anni. Per i primi anni sono stato il suo attendente, come discepolo devoto gli sono stato vicino assistendolo e servendolo devotamente in ogni sua necessità.
D’altra parte ne ho tratto un enorme beneficio! Di fatto il maestro ha diverse responsabilità nei confronti del discepolo al quale insegna con il buon esempio e gli indica la retta via, come orientare la sua vita. L’allievo deve essere aiutato in ogni modo nelle varie fasi del suo addestramento.
Il maestro non è solo di esempio per gli altri, ma trasmette il suo sapere, e la sua conoscenza delle dottrine dandone testimonianza.
Coloro che sono insegnanti, educatori, maestri e maestre si pongono come dei fari che indicano la rotta, indicano la direzione, gettano la luce, il loro fascio di luce per indicarci la rotta.
Nell’ambito monastico il maestro deve anche curarsi delle sue necessità materiali, dividendo con lui/lei i suoi stessi possessi. I doveri indicati rivelano un rapporto di reciproca assistenza e di totale disponibilità: nel caso di malattia del discepolo -per esempio – il maestro deve curarlo e servirlo personalmente in ogni suo bisogno e viceversa. Questo è stato particolarmente vero nei confronti del venerabile Achaan Chah che dopo anni di instancabile attività a sostegno dei suoi discepoli si ammalò e per 14 anni visse da tetraplegico assistito amorevolmente dai suoi discepoli e discepole. Va comunque ricordato che il rapporto con il proprio maestro si fonda sulla moralità e il reciproco rispetto, non deve diventare personale ed esclusivo, questo non viene incoraggiato, anzi non è necessario. Si pone piuttosto l’enfasi sul Buddha storico, Siddharta Gotama Sakyamuni, il Dharma, l’insegnamento e il Sangha, la comunità monastica dei praticanti. Questi vengono chiamati i tre gioielli e il discepolo devoto prende rifugio in essi. Dunque il punto di riferimento non è il culto della personalità del maestro o l’adorazione del suo carisma, che ci portano a provare attaccamento e dipendenza,  quanto piuttosto l’apprendimento dell’insegnamento e la sua pratica.
Come dice il Buddha: “Affidati al messaggio del maestro, non alla sua personalità. Affidati al senso, non alle parole. Affidati al senso reale, non a quello temporaneo. Affidati alla tua mente di saggezza, non a quella ordinaria che giudica”.
Se le persone facessero affidamento solamente al proprio maestro o ad un unico maestro andrebbero in crisi alla loro scomparsa! Del resto, come cambiano le persone anche in maestri cambiano, cambiano le loro scelte, i loro percorsi, i loro sentieri e come tutti gli esseri muoiono. Ricordo spesso ciò che mi ha insegnato il venerabile Achaan Chah. “ Tu sei il tuo maestro. Cercare altri maestri non può risolvere i tuoi dubbi. Investiga te stesso per trovare la verità – dentro, non fuori. Conoscere te stesso è molto importante”. Tuttavia è innegabile che ci sono persone che ci ispirano, cariche di carisma, saggezza, amore e compassione. Ed io ne ho incontrati tanti! Nei confronti del mio principale maestro il venerabile Achaan Sumedho tuttora nutro gratitudine, affetto e stima. L’intenso legame e l’affetto che abbiamo l’un l’altro ci ha fatto incontrare e ci ha anche reso liberi da qualsiasi legame karmiko.
Che cosa significa -meditazione- nella sua scuola?
Con la parola Bhavana, in lingua Pali, si intende la pratica meditativa buddhista che consiste nel coltivare la mente per ‘portare in essere’, la natura reale dell’esistenza, la sua natura innata, la Chiara Luce. La meditazione in quanto strumento operativo di risveglio è uno strumento di cura; non solo ci fa bene a livello psicofisico ma grazie alla meditazione si attiva un processo esperienziale evolutivo di osservazione e di guarigione profonda che ci permette di entrare in contatto con i vari livelli della coscienza, porre fine alla sofferenza e arrivare alla piena realizzazione del nostro potenziale spirituale. I metodi principali della meditazione buddhista sono divisi in samatha (meditazione della calma-concentrata) e vipassana (meditazione della visione profonda).
Quando ci avviciniamo ad una pratica meditativa è molto importante conoscerne le radici storiche, religiose e culturali. Soffermarsi unicamente sull’aspetto tecnico, sull’aspetto strumentale della meditazione, a lungo andare rende la pratica meditativa sterile.
Non possiamo dimenticare che le ‘pratiche meditative’ fanno parte di un corpo molto più vasto di insegnamenti. Senza questa considerazione, la nostra pratica meditativa può essere inefficace. La Meditazione Buddhista ha le sue radici nel pensiero filosofico dell’Antica India. Le tradizioni alla quali io stesso ho attinto e nelle quali sono cresciuto sono il Cristianesimo delle origini, le grandi tradizioni spirituali dell’Oriente e in particolar modo il Buddhismo. Secondo l’insegnamento di Buddha Shakyamuni la meditazione è uno strumento fondamentale nel sentiero che conduce al Risveglio.
Percorrerlo significa trovare la “Via di Mezzo”. Grazie alla meditazione possiamo percorrere questa via e imparando a comprendere la mente ritrovare serenità e pace. Possiamo meditare nell’arco delle 24 ore in tutte le posture, in piedi, seduti, camminando o in azione e distesi. L’alternarsi della meditazione seduta e camminata, provvede a riarmonizzare le energie grazie ad un gioco di tensione e rilassamento a tutti i livelli.
Le meditazioni samatha includono l’anapana (consapevolezza del respiro) e i quattro brahma-viharas (così detti incommensurabili o dimore divine): mettā bhāvanā (la pratica della benevolenza), Karuna (la pratica della compassione), mudita (la pratica della gioia compartecipe ) e Upekka (la pratica dell’equanimità).  Le meditazioni vipassana comprendono la contemplazione dell’impermanenza, la pratica dei sei elementi, e la contemplazione della condizionalità.
Le meditazioni Samatha solitamente precedono e preparano quelle vipassana.
Ognuno dei cinque metodi base, è un “antidoto” per uno dei cinque “veleni” mentali: le  emozioni di attaccamento, rabbia, ignoranza, orgoglio e gelosia.
La pratica di Samatha (Concentrazione) ci permette di giungere alla ‘calma concentrata’  mentre la meditazione Vipassana (della Visione Profonda), attraverso l’osservazione dell’aggregato psico-fisico, ci aiuta giungere alla ‘Visione del Buddha’. Il Buddha Shakyamuni ci esorta a praticare la meditazione Vipassana in quanto è uno strumento fondamentale per liberarci dai tre veleni che ci affliggono: la confusione, l’ira e l’attaccamento. Una sempre maggiore consapevolezza, generosità, altruismo, saggezza e amore sono i frutti della meditazione buddhista. Sono queste le qualità che ognuno di noi può manifestare nel mondo, per renderlo migliore e promuovere la pace.
In che rapporto si trova la sua comunità e il suo insegnamento con la società?
La comunità di religiosi e laici che si è sviluppata con l’apertura del monastero, ieri come oggi, è parte attiva e armoniosa all’interno del quadro sociale multietnico, multiculturale e multireligioso della nostra società attuale. Tutti gli esseri umani, siano essi atei, agnostici o religiosi, hanno bisogno di pace.  Tutte le società hanno bisogno di pace!  Inoltre da molti millenni l’essere umano tenta di spiegare l’Universo e di scandagliare se stesso. Anche chi di solito non prega ha bisogno di un luogo dove fermarsi, ritirarsi e riflettere sulla propria vita. Non a caso scelsi per il monastero  il nome, in lingua Pali,  ‘Santacittarama’ che in italiano può essere tradotto  in vari modi  “Rifugio per la pace mentale” o  “Giardino del cuore sereno ” !
La comunità del Santacittarama  intende continuare a lavorare per il beneficio spirituale di tutti gli esseri nel rispetto del pluralismo culturale e religioso. In questo senso è il luogo ideale da visitare  e  risponde a diverse esigenze vitali sia delle centinaia di visitatori italiani interessati  alla pratica della meditazione e del buddhismo sia di  migliaia di fedeli di origine asiatica.  Offre assistenza religiosa al personale delle Ambasciate di Sri Lanka, Thailandia e Birmania, ai funzionari della F.A.O., alle loro famiglie, così pure alle migliaia di cittadini asiatici ormai stabilitasi da tempo in Italia ed in particolar modo nel Lazio e nella Campania; assicurando loro appoggio morale e spirituale, nonché assistenza educativa per i loro figli i quali, trovandosi in un Paese di cultura e religione diversa dalla loro, necessitano di una guida morale tradizionale per un giusto e onesto inserimento. Inoltre la comunità partecipa alle riunioni dei diversi gruppi buddhisti italiani, e  promuove il dialogo interreligioso con altre confessioni; promuove corsi di insegnamento, sessioni di meditazione, cerimonie canoniche aperte a tutti gli interessati. Partecipa a convegni o a progetti di cooperazione e di aiuto per  sviluppare  modi di collaborazione per favorire la coesione sociale.
Attualmente come ‘maestro laico’ e in qualità di presidente dell’Associazione “Amita Luce Infinita” continuo a promuovere e a garantire la continuità  di un lavoro interiore profondo finalizzato al risveglio della coscienza alle sue più alte potenzialità evolutive attraverso  la crescita psichica e spirituale nella pratica del Dharma e nello spirito dell’Amore incondizionato, così come enunciato nelle più alte dottrine dei Maestri e delle Maestre di tutti i  tempi.
Conduco, su invito, ritiri di meditazione in tutta Italia, e gruppi settimanali di pratica della consapevolezza per la crescita interiore a Roma. Partecipo a convegni e conferenze sul Buddhismo e altri temi d’interesse sociale riguardanti il risveglio della coscienza. Sono tutte attività ed iniziative che facilitano un sano ed equilibrato sviluppo psicofisico e spirituale dell’individuo e una maggiore coesione sociale. Sono convinto che senza lo sviluppo di una maggiore cultura e di una ‘massa critica’, senza una vera  e propria rivoluzione della coscienza non potrà esserci un positivo cambiamento nella nostra società.  Mi riconosco in particolar modo nella seconda parte dell’articolo 4 della  nostra amata costituzione italiana “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Mentre da ragazzo il mio motto era “Fermate il mondo voglio scendere” ora nel mio piccolo seguo il consiglio di Bertolt Brecht:

“Ci impegniamo, noi e non gli altri,
unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto, né che sta in basso,
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegniamo:
senza pretendere che gli altri si impegnino per noi,
senza giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non si impegna,
senza condannare chi non si impegna,
senza cercare perché non si impegna.
Se qualche cosa sentiamo di “potere”
e lo vogliamo fermamente
è su di noi, soltanto su di noi.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi ci facciamo nuovi,
ma imbarbarisce
se scateniamo la belva che c’è in ognuno di noi.
Ci impegniamo:
per trovare un senso alla vita,
a questa vita
una ragione
che non sia una delle tante ragioni
che bene conosciamo
e che non ci prendono il cuore.
Ci impegniamo non per riordinare il mondo,
non per rifarlo, ma per amarlo”.
A che domanda risponde oggi il buddhismo in Italia?
Ritengo che l’insegnamento del Buddha sia oggi uno degli strumenti più validi per la ricerca spirituale: questo spiega anche il grande interesse che suscita negli occidentali. Non credo quindi che sia un fenomeno passeggero. Anche se a volte il mercato mediatico se ne appropria per fini lucrativi, esso va ben oltre quello che ne possono fare i commercianti e i suoi detrattori appartenenti a questa o a quella scuola di pensiero e religione.
Quando lasciai l’Italia nel 1977, con un biglietto di sola andata per Londra alla ricerca  di un maestro e di una comunità buddhista, gli insegnamenti del Buddha erano sconosciuti alla maggioranza degli italiani. Al mio ritorno trovai che il buddhismo si era radicato in Italia in varie forme: la scuola Theravada con la meditazione vipassana, la scuola Mahayana giapponese attraverso la meditazione Zen e la scuola Vajrayana grazie agli insegnamenti e alle iniziazioni tantriche dei Lama Tibetani.
Non immaginavo che sarei tornato in patria dodici anni dopo da monaco buddhista per fondare il Santacittarama, il primo Monastero della tradizione del buddhismo Theravada in Italia.
Scelsi di rientrare in Italia perché di fatto si erano create le condizioni di supporto per una comunità monastica di tradizione Theravāda. Gli immigrati asiatici  di fede buddhista hanno portato con sé non solo il loro bisogno di fortuna e benessere  economico ma anche un grande dono: la loro cultura, le loro tradizioni e le loro credenze religiose, ricche di riti ed espressione di un profondo pensiero filosofico. Il monastero fortemente voluto dall’allora Ambasciatore dello Sri Lanka e inizialmente sponsorizzato dalla “Fondazione Maitreya” e dall’A.Me.Co. (Associazione di Meditazione di Consapevolezza) ricevette negli anni un crescente sostegno dalla comunità Thailandese, Birmana e dello Sri Lanka, oltre a tanti italiani che negli anni si sono avvicinati al Buddhismo. Questo nuovo interesse è stato a volte caratterizzato da improvvise “mode culturali”, come avvenne quando uscì il film Il piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci. Nei mesi successivi il monastero Santacittarama, di cui all’epoca ero l’abate, ricevette un afflusso continuo di visitatori, curiosi e giornalisti che continuò per diversi mesi. Poco prima dell’uscita del film nelle grandi sale ebbi modo di vederlo in anteprima grazie, a un invito dello stesso  Bertolucci che avevo già incontrato per una consulenza  durante le fasi della preparazione del film.  Per fortuna lasciai l’Italia per recarmi in Nuova Zelanda, per circa un mese,  il giorno dopo aver visto il suo film! Con il tempo l’interesse e la curiosità calarono. Questo ridimensionamento dell’interesse penso sia da attribuire anche alla freddezza di alcuni alti esponenti  della Chiesa cattolica, ampiamente riportate dalla stampa, che determinò anche una chiusura da parte della Rai nei confronti di programmi sul tema.  Ricordo peraltro che già nell’ottobre del 1989, poco dopo il mio rientro in Italia, l’allora Cardinale  Joseph Ratzinger in qualità di Prefetto della ‘Congregazione per la dottrina della fede’ scrisse una lettera  ai Vescovi , resa poi pubblica dalla stampa,  nella quale ravvedeva un pericolo di contaminazione spirituale nelle pratiche e metodi meditativi  orientali che suscitavano un particolare interesse in Occidente, ispirati all’induismo e al buddhismo, come lo “Zen” o la “meditazione trascendentale” oppure lo “Yoga”. In realtà questi metodi di meditazione dell’estremo oriente non cristiano, non di rado venivano adoperati anche da alcuni cristiani nella loro meditazione. Queste indicazioni furono per molti versi una vera e propria chiusura.  A seguito di questa lettera diversi centri cattolici, monasteri, conventi, scuole e istituti, che in precedenza avevano dato ospitalità a gruppi di meditazione e yoga chiusero le loro porte a queste pratiche. Gli anni tra il 1990 al 2000 sono stati caratterizzati da interventi di questo genere, interventi che hanno inibito l’interesse suscitato dalla ricchezza del messaggio buddhista nella quale le dottrine orientali venivano descritte come un probabile pericolo per la Chiesa Cattolica. Tuttavia  sul piano del dialogo interreligioso tra il Buddhismo e il Cristianesimo non è mai venuto meno l’interesse, da parte di alcuni esponenti più “aperti” di entrambe le fedi,  ad incontrarsi in uno spirito di profondo rispetto, soprattutto nell’ ambito delle congregazioni monastiche contemplative, dove è stato più facile trovare elementi comuni, quali l’amore per uno stile di vita semplice, l’osservanza del silenzio e delle regole monastiche, la pratica della preghiera e della meditazione. A proposito del sempre maggiore interesse da parte degli occidentali e più in particolare degli italiani nei confronti del Buddhismo, il Dalai Lama in più occasioni ha detto che non è sua intenzione convertire nessuno, ma che “nella situazione attuale vi è certamente un bisogno  sempre più grande di comprensione umana e di senso di responsabilità universale”. In un’altra occasione ha dichiarato: “Ho sempre ritenuto che sia molto più vantaggioso avere a disposizione una varietà di fedi religiose e di filosofie, piuttosto che una singola religione o filosofia. Ciò è necessario in ragione delle differenti disposizioni mentali di ogni persona”.  E ancora: “Sono solito dire che la religione universale è l’amore compassionevole e se c’è una religione universale bisogna riconoscerla nella pratica del buon cuore. A qualsiasi religione una persona appartenga, mi sembra che la cosa più importante da fare sia praticare l’altruismo, l’amore e la compassione”. La crescita del Buddhismo in Italia riflette in linea di massima  un impegno sincero e genuino di molte persone interessate ad un modello di vita spirituale fondato sulla comprensione reciproca, la convivenza civile e democratica, la pace. L’aumento del numero di persone interessate all’insegnamento  del Buddha è stato possibile anche grazie ad un maggiore coordinamento tra i vari centri che aderirono all’iniziativa, promossa tra gli altri da Vincenzo Piga, magnate buddhista, di fondare il 17 aprile 1985 l’Unione Buddista Italiana (U.B.I). A quel piccolo nucleo originale si sono aggiunti negli anni altri centri di Dharma (cioè di  pratica della dottrina  del Buddha) e oggigiorno, tra centri e fondazioni, sono oltre 44 gli iscritti, rappresentativi di diverse decine di migliaia di praticanti buddhisti in Italia, ai quali si aggiungono circa 100.000 asiatici e oltre 40.000 praticanti della Soka Gakkai International, scuola legata alla tradizione Nichiren giapponese. L’incremento e l’espansione del Buddhismo in Italia è culminato con il riconoscimento legale dell’Unione Buddhista Italiana (U.B.I.) come ente religioso, con Decreto del Presidente della Repubblica del 3 gennaio del 1991. L’intesa tra lo stato italiano e l’Unione Buddhista Italiana, richiesta fin dal 1986, è stata ratificata l’11 dicembre 2012. In qualità di presidente dell’U.B.I. dal 1993 al 1996 avevo seguito le pratiche per tale riconoscimento fermamente convinto che , come è scritto nell’art. 8 della costituzione italiana : “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano”. In occasione della ratifica  il relatore Roberto Zaccaria ebbe modo di dichiarare: «Questo voto riveste un’importanza storica. Si tratta [comprendendo anche l’intesa con l’Induismo] delle prime due intese con confessioni non cristiane nel nostro paese in attuazione dell’art.8 della Costituzione».
Il 17 Gennaio 2013 la legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale che rende effettiva la sua applicazione. L’intesa, prevista dall’articolo 8 della Costituzione, regola i rapporti tra la religione buddhista  e lo Stato, garantisce i fondamentali diritti di libertà religiosa (per esempio esercitare l’assistenza spirituale ove venisse richiesta: nei luoghi di cura, nelle carceri, nelle forze armate, negli obitori, nella scuola pubblica). E’ una conquista importante a livello istituzionale e conferma che la fede buddhista può partecipare attivamente all’armonia e alla pace in una società multietnica come quella dell’Italia.
Che futuro vede per il suo insegnamento?
Preferisco occuparmi del presente! Vedo molto malessere e disagio sociale tutt’intorno a me e pertanto penso che l’insegnamento che ho ricevuto e che trasmetto possa essere di aiuto a tutti coloro che sono interessati al loro benessere psicofisico e alla loro realizzazione spirituale e che allo stesso tempo vorranno prendersi cura degli altri. Tuttavia bisogna riconoscere che, di fatto, i maestri o le maestre qualificate sono veramente pochi rispetto al reale bisogno.
Come affronta il problema della coscienza?  
La coscienza non è un problema! O meglio ha in sé al tempo stesso il problema e la soluzione. Porsi le domande «Da dove veniamo? Chi siamo? Come viviamo? Dove andiamo?» è fondamentale per comprendere la nostra vita. Queste domande si presentano come l’inizio di un percorso di crescita interiore e di esplorazione della coscienza. Siamo soliti considerarci nei termini della nostra appartenenza a questo o a quella identità e ruolo. : siamo nella misura in cui abbiamo realizzato qualche cosa dentro o fuori di noi. Si deve invece ritrovare l’immagine interiore di sé. Chi siamo veramente?
L’interesse per la spiritualità emerge in tutte quelle coscienze sensibili che vogliono in qualche modo riscattarsi dal senso di prigionia originato dall’ignoranza e dalla sofferenza che ne deriva, originato dal non vedere, dal non sapere quali sono la causa e il senso della propria esperienza. Dobbiamo assumerci la responsabilità di convogliare tutte le nostre energie perché nel momento presente si attui una vera rivoluzione della coscienza, realizzando pienamente ciò che siamo: esseri di luce in grado di ricevere luce e di trasmetterla. Anche se esistono parole diverse per descrivere questo stato di coscienza (libertà, verità, amore), indicano tutte un’unica capacità: la capacità di vedere chiaramente, di conoscere chiaramente e di esprimere chiaramente. Vedere, sentire, conoscere, esprimere sono proprietà della coscienza, ed è sui principi della visione profonda che possiamo esprimerci pienamente. La pratica meditativa è lo strumento per far sì che questa visione profonda non venga mai meno e perché si manifesti la chiarezza necessaria a essere nella vita al di là del dualismo che la caratterizza a livello sensoriale.
Per andare al di là del senso di separatezza che caratterizza la nostra visione limitata della realtà è importante superare l’ostacolo che si frappone all’interno della coscienza. Questo ostacolo viene descritto come la maschera, l’ego, che opera secondo la visione dualistica dell’io-mio. Questa maschera di fatto è puramente funzionale, come la nostra forma fisica, che ha un valore strumentale, affinché l’energia possa scorrere dall’alto verso il basso e viceversa unendo “cielo e terra”. Se entriamo in questo flusso, possiamo vivere in armonia, facciamo parte del tutto, non siamo più succubi di una volontà limitata e di una coscienza individualizzata.
Quando c’è questo tipo di risoluzione al nostro interno – e questa risoluzione viene nella misura in cui non c’è più identificazione con il corpo, le sensazioni, le emozioni, le percezioni e la coscienza – ecco che possiamo accedere ai livelli superiori di coscienza e lo stesso corpo/mente sarà completamente trasformato, completamente libero da automatismi, sarà un naturale strumento del divino: lo spirito, la realtà suprema.
Il  percorso interiore si svolge all’interno della nostra esperienza psicofisica, ma ci porta alla sviluppo delle nostre potenzialità per passare da uno stato di semplice sensorialità allo stato di multi-sensorialità, ampliando le nostre percezioni ed esprimendoci pienamente secondo coscienza, secondo l’amore. In che modo? Prima di tutto, portando l’attenzione al corpo, in quanto il corpo costituisce il primo ricettacolo della vita. Questa accensione di vita avviene quando i due gameti si incontrano e vanno a costituire la prima cellula, che dividendosi danno inizio a un processo in cui scorre una verità profonda. E’ la verità dell’intrinseca unità presente in ogni cosa, e che pur trascendendo la materia si esprime in ogni piano della materia. Sul piano dell’evoluzione fisica c’è dunque una continua ricerca per ristabilire l’unità apparentemente perduta. Sul piano dell’introspezione, ognuno di noi cerca di riportare la mente ad uno stato di unità, ad uno stato di pace, di integrazione profonda di tutti gli elementi che costituiscono la persona. Ecco allora che corpo, energia e mente, qualora armonizzati e vissuti in piena consapevolezza, diventano i canali dello spirito. Il lavoro meditativo vuole essere essenzialmente questo: fare del nostro corpo, e della sua espressione cosciente, un canale puro che consente la vera ricettività. Ciò significa attingere direttamente alla conoscenza senza le distorsioni tipiche del mentale, da cui molto spesso siamo afflitti perché è proprio nella stratificazione dei pensieri che si manifesta il gioco dell’esistenza.
Il pensiero “Sono perché penso” è una trappola mortale. L’immortalità dell’essere si manifesta come realtà esperibile ogni volta che siamo in grado di lasciar andare il pensiero. Ma questa capacità di lasciar andare il pensiero richiede una verifica esperienziale, e all’interno della pratica meditativa tale verifica è possibile perché portiamo una maggiore attenzione al flusso degli eventi, e riconosciamo nella caratteristica della transitorietà e dell’impermanenza una legge universale. Tutto è instabile, tutto è transitorio, tutto è impermanente, tutto è effimero, caduco. Questa capacità di visione del costante fluire dell’esperienza ci pone quasi magicamente al di fuori della stessa esperienza. In questa percezione diretta la coscienza diventa più vasta, non più preoccupata ma tranquilla e profonda, serena, amorevole, aperta al continuo cambiamento, al continuo scorrere.
Più consapevolezza, più coscienza, più vita. Più vita nella conoscenza della non-morte, quindi dell’immortale. La meditazione si presenta come la via all’immortalità, e il superamento della paura della morte è uno degli effetti di una pratica meditativa attenta e rigorosa. Andare oltre la paura significa andare oltre i limiti di una coscienza limitata da preconcetti. La stessa idea di essere nati nel tal giorno e alla tale ora è un preconcetto che trova la sua giustificazione solo nello sviluppo biologico di una cellula. E’ di fondamentale importanza andare oltre l’identificazione con qualsiasi processo, perché i processi avvengono all’interno di una dimensione spazio-temporale e sono quindi determinati da un inizio, una crescita e una fine. Inizio, crescita e fine sono le coordinate di qualsiasi viaggio, di qualsiasi esperienza, di qualsiasi esistenza. Inizio, sviluppo e fine sono all’interno di un quadro spazio-temporale. Fare salti di coscienza significa ampliare questo quadro, uscire dalle costrizioni di questo spazio limitato. Ecco perché si parla di libertà, e il richiamo alla libertà è in fondo al nostro cuore, in fondo alla nostra anima. Il richiamo alla libertà è anche il richiamo alla conoscenza della nostra interdipendenza e del riconoscimento che non si può essere liberi se non nel rispetto della libertà altrui, e dunque nell’amore.
Tutto ciò inizia da un semplice passo, da una semplice consapevolezza: la consapevolezza del respiro, la consapevolezza di essere qui e ora. Ci sono diversi motivi per cui si inizia un percorso di questo genere. Ne cito alcuni: la curiosità, lo spirito di ricerca della verità, o un dramma familiare che ci fa segna con la percezione di una ferita, di essere separati, divisi, soli, abbandonati, sofferenti.
Dal canto suo la pratica meditativa vuole risvegliare in noi il senso di ciò che è reale, di un presente che sta al di là di quello che può essere una condizione ultramondana. La pratica meditativa in questo senso non propone delle soluzioni post-mortem, ma vuole in qualche modo aiutarci a risvegliarci nella vita, ci vuole aiutare a vivere meglio, ad essere più felici in questa vita.
Questa felicità la possiamo ritrovare nella nostra esperienza quotidiana, recuperando il senso del nostro vivere, il nostro obiettivo ultimo.
Come dice il grande poeta e mistico sufi Kabir:
“Amico, spera di trovare la verità finché sei vivo.
Gettati a capofitto nell’esperienza finché sei vivo!
Pensa… e pensa ancora… finché sei vivo.
Quella che chiami salvezza appartiene a un tempo
che è prima della morte.
Se non spezzi le catene finché sei vivo
pensi forse che dopo lo faranno i fantasmi?
L’idea che l’anima si fonderà nell’estasi
solo perché il corpo è imputridito
è pura fantasia.
Troverai dopo quel che trovi ora.
Se ora non trovi niente,
finirai semplicemente con l’abitare nella Città della Morte.
Se ora fai l’amore col divino, nella prossima vita
avrai il volto del desiderio soddisfatto.
Sprofonda dunque nella verità,
scopri chi è il Maestro, credi nel Grande Suono!
Questo dice Kabir: Quando si è cercato per davvero l’Ospite,
a fare tutto quel che c’è da fare
è l’intensità del desiderio di lui.
Guarda me, e di quell’intensità vedrai uno schiavo”.
A mio avviso scoprire chi siamo veramente è il grande compito della nostra vita. Lo possiamo fare con un viaggio e un processo che riguarda la coscienza di ciascuno di noi.  La coscienza è uno spazio meraviglioso, infinito e misterioso e va attraversato. Buon viaggio! Questo è il mio augurio.
Se il buddhismo afferma la non-sostanzialità di tutto, soggetto incluso, chi, cosa soffre?
Finché c’è identificazione con il corpo e la mente, ci sarà  un io che soffre e karma, cioè  l’insieme e la continuità di azioni e reazioni derivanti dalla connessione funzionale degli aggregati. L’io è qualcosa che viene attribuito dal pensiero alla base degli aggregati. Dobbiamo realizzare che l’idea di soggettività non è altro che una definizione della mente. L’io, il sé, nascono dipendenti. Perché dipendono dagli aggregati, dagli elementi costitutivi del corpo e della mente e dal pensiero che li denomina.  Finché ci sarà l’attaccamento alla falsa credenza circa l’esistenza di un io a se stante, ci sarà sofferenza! Come un cane si morde la coda e così facendo prova dolore così gli esseri umani a causa dell’ignoranza cercano di porre fine alla loro sofferenza nel modo sbagliato. Solo la saggezza, la comprensione della vacuità dei fenomeni, della loro origine dipendente,  ci renderà liberi.  Per non soffrire dobbiamo smettere di ‘attaccarci’, di credere in un io a sé stante. L’attaccamento all’esistenza reale di un’identità, sempre uguale a se stessa, che perdura nel tempo e che intercorre tra la persona che commette un’azione negativa e la persona che soffre per averla commessa è esclusivamente dovuta a una successione causale dovuta alla legge del Karma: la legge di semina e raccolta, la legge di causa ed effetto.
Cos’è il karma?
E’ una forza impersonale, è l’insieme delle cause e delle condizioni, degli impulsi, dei vissuti e delle potenzialità prodotte nel passato.  Secondo il Buddha: “Ogni essere vivente ha il proprio karma, è erede del proprio karma, ha origine dal karma (e non da un Dio creatore), il karma è il suo congiunto, la sua risorsa, il karma ne determina la loro grandezza e piccolezza”. Il termine sanscrito (Kamma in pali), indica l’atto volitivo: ogni azione di corpo, parola e mente compiuta con intenzione. Ogni azione nasce da una causa ed è, a sua volta, germoglio di una nuova azione. In quest’ottica nulla è mai definitivamente concluso e la vita, nel suo insieme come nella specificità dell’esperienza umana, non è che flusso perenne di cause ed effetti. Secondo la legge del karma un’ “azione virtuosa volontaria”  è salutare e genera una o più rinascite positive, mentre un’azione volontaria “non virtuosa” , non è salutare   e  produce inevitabilmente sofferenza e genera rinascite negative. Il termine rinascita può essere inteso sia come il sorgere e il tramontare attimo dopo attimo di stati di coscienza causalmente condizionati in una sola vita o nel ciclo del samsāra (di nascite e morti, di più vite), come del resto molti fedeli buddhisti credono. In altre parole si può dire che gli avvenimenti seguono un ritmo di causalità: si raccoglie quello che si è seminato, per alcuni versi a causa del karma siamo tutti debitori e creditori in un processo energetico di giustizia, equilibrio e amore. I semi karmici determinano  il condizionamento e la compulsione all’azione inconsapevole. L’aspetto relativo della mente è il movimento prodotto dai pensieri fondati su un legame karmico di causa ed effetto. L’aspetto assoluto della mente si rivela, invece, quando andiamo al di là delle apparenze, quando andiamo al di là del continuo proliferare dei pensieri. Grazie alla meditazione di visione profonda possiamo approdare ad un punto fermo, in modo da avere un’esperienza diretta del silenzio interiore, della chiarezza e della vastità della mente. Questa chiarezza e questo spazio luminoso sono una manifestazione della purezza, della conoscenza del qui ed ora. Solo con la consapevolezza, la saggezza, l’amore, la compassione, l’equanimità e il perdono possiamo liberarci dai debiti karmici. In questo modo, l’essere non sarà più vincolato al karma e quindi al samsāra  (il ciclo di nascita e morte) e potrà raggiungere il Nirvana.
Cosa significa nirvana?
Con la parola sanscrita  nirvana (in pali nibbana) si indica lo stato della  suprema beatitudine che si realizza con l’estinzione del fuoco della brama, dell’odio, con la cessazione della sete di divenire, con la fine di ogni illusione.  Il nirvana  è la fine di ogni sofferenza, la pace immutabile.  E’ la meta ultima della ricerca spirituale così com’è indicata dal Buddha.
Come recita il famoso mantra del “Sutra del Cuore”, il “Discorso della perfezione della saggezza”: Tadyatha om gate gate paragate parasamgate bodhi swaha – È così, andare, andare oltre, andare completamente oltre, approdare al di là nel cuore radiante e perfetto del puro risveglio, adesso! L’insegnamento del Sutra indica in modo diretto lo stato trascendente di liberazione che il ricercatore spirituale serio può realizzare durante la vita. Questa realizzazione è possibile?  Il Buddha afferma senza mezzi termini che sì è possibile. Nell’Udana  VIII, 3,  nel discorso sul Nibbanasutta (scritto contenuto nel canone Pali) vengono riportate queste parole attribuite al Buddha : “C’è un non nato, un non divenire, un non fatto, un non composto e se non fosse per questo non nato, un non divenire, un non fatto, un non composto, non ci sarebbe possibilità di sfuggire a ciò che è nato, al divenire, al non fatto, al non composto”. Secondo il Buddha il modo per realizzare il Nirvana è il  nobile ottuplice sentiero: retta comprensione, retta motivazione (o retto pensiero), retta parola, retta azione, retta vita (o retti mezzi di sussistenza) retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione (mente unificata).
Il termine thailandese Achaan deriva dal sanscrito acariya, che significa maestro, ed è un appellativo usato per i monaci con almeno dieci anni di anzianità. Viene trascritto sia con Achaan’ che con  Ajahn.
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