La Via del Pellegrino

Sin dai primordi della storia l’uomo ha viaggiato, spinto dal desiderio di sopravvivere, di conquistare e di conoscere il mondo. L’esplorazione del suo habitat gli ha permesso di crescere, di aggregarsi e di creare gli ordinamenti sociali. Durante tutto ciò non ha mai smesso di interrogarsi sulla propria origine e sulla propria esistenza.

La storia insegna che da millenni l’uomo tenta di spiegare l’universo e allo stesso tempo di scandagliare il suo mondo interiore. Questo processo ha consentito di espandere la coscienza grazie all’apporto di nuove conoscenze. La ricerca, a volte confusa e a volte mirata, ci ha permesso di fare un viaggio fuori e dentro di noi stessi.

Il pensiero è diventato un elemento importante di questa ricerca. A volte razionale e scientifico, a volte riflessivo e intuitivo, ci ha permesso di aggiungere un altro piccolo tassello a questo enorme puzzle che chiamiamo verità.

In molte religioni e tradizioni spirituali la verità coincide con la natura stessa del divino, ed è a questa che noi tendiamo. Per ricerca spirituale si intende essenzialmente incamminarci in questo viaggio usando qualsiasi mezzo. Le varie pratiche religiose, i riti, le feste, le celebrazioni, la preghiera, la meditazione e così via, non sono che veicoli per giungere a destinazione ed entrare in ascolto. Secondo una leggenda induista, un tempo tutti gli uomini erano dèi, ma abusavano talmente della loro divinità che Brahmâ, re degli dèi, decise di togliere loro la potenza divina e di nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata. Dove nasconderla divenne il problema. Quando gli dèi minori furono chiamati a consiglio per discuterne, proposero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo nelle viscere della terra”.

Ma Brahmâ replicò: “No, non basta, poiché l’uomo scaverà e la troverà”.

Allora gli dèi dissero: “Affonderemo la sua divinità nell’oceano più profondo”.

Ma Brahmâ obiettò: “No, poiché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità degli oceani, ed è certo che un giorno la troverà e la riporterà in superficie”.

Gli dèi erano scoraggiati: “Non sappiamo dove nasconderla, perché sembra che non ci sia nessun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non sia in grado di raggiungerla”.

Allora Brahmâ disse: “Ecco che cosa faremo con la divinità dell’uomo: la nasconderemo profondamente in lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio in quel luogo”.

Da allora l’uomo ha percorso tutta la terra esplorando, arrampicandosi, tuffandosi e scavando, per cercare qualcosa che è già dentro di lui.

A un attento esame, la nostra vita non è che un lungo pellegrinaggio alla ricerca di noi stessi. Cominciai a vivere questa ricerca interiore già da bambino. Ho ricordi molto belli della mia infanzia, che sono rimasti impressi dentro di me e che mi hanno permesso, diventato adulto, di riprendere in mano le redini della mia vita e di continuare la strada verso la libertà sul piano della ricerca spirituale.

Sin da bambino ho amato la libertà di giocare nei campi e sulle colline vicino a casa. Una volta che ebbi imparato ad andare in bicicletta, cominciai a esplorare la bellissima regione dove sono nato, il Friuli. Ogni estate prendevo il treno con la famiglia per andare a trascorrere le vacanze con i nonni materni in Basilicata. A volte facevamo il viaggio, più di ottocento chilometri, in macchina, una Seicento bianca guidata coraggiosamente da mio padre.

A scuola venivo a conoscenza delle imprese e dei viaggi affascinanti di Gulliver, Ulisse, Marco Polo e tanti altri, e leggevo i libri di Jules Verne. Durante gli studi liceali mi colpì in particolar modo il viaggio che Dante intraprese con il suo maestro e spirito guida, il poeta Virgilio, descritto in modo sublime nella Divina Commedia. La lessi come un processo interiore di purificazione e rigenerazione, un vero e proprio pellegrinaggio ai luoghi sacri della coscienza, nella quale abbiamo creato il nostro paradiso e il nostro inferno. Dante rappresentava per me ogni uomo in viaggio alla ricerca di se stesso, e presto le domande “Chi sono? Che cosa voglio? Dove sto andando” divennero nella mia mente interrogativi costanti, tanto da determinare le scelte e il corso della mia vita.

La mia esperienza di ricerca nacque da piccolo, in quanto il desiderio di autonomia e di libertà è sempre stato molto forte in me. La mia prima conquista fu quella di non andare all’asilo dalle suore; ricordo che lottai per ben due settimane e vinsi quella prima battaglia. Immaginate di combatterla oggigiorno! È una battaglia perduta in partenza per gran parte dei bambini: entrambi i genitori lavorano e non è più possibile lasciare i figli a giocare a casa o nei campi. Io ebbi la grande fortuna di riuscire ad affermare il mio dissenso sin da piccolo, sulla spinta di qualcosa di profondamente salutare: un desiderio di libertà.

All’età di diciotto anni lasciai per la prima volta l’Italia per inseguire un sogno, quello di diventare un famoso batterista pop, e mi trasferii per circa un anno a Londra. Qui incontrai culture e razze diverse, e mi resi conto di quanto grande fosse il mondo. Iniziai a studiare con un maestro indiano le tabla, uno strumento a percussione costituito da due piccoli tamburi di dimensioni diverse che vengono percossi con le mani. Il particolare uso delle dita, che tambureggiano ritmicamente sulla pelle che ricopre i tamburi, li rende strumenti di una espressività unica. Mi innamorai dell’India e della sua musica e cominciai a leggere i suoi grandi maestri di spiritualità: Ramakrishna, Vivekananda, Aurobindo, Paramahansa Yogananda, e altri ancora. A diciannove anni, ritornato in Italia per adempiere al servizio di leva, sognavo di partire per l’India, per perdermi nelle vibrazioni e nei colori di questa antica terra. Durante il servizio militare, grazie a un commilitone che era stato istruito nelle arti esoteriche del buddhismo da un maestro tibetano, venni a conoscenza del Buddha e del suo insegnamento: l’inscindibilità di saggezza e compassione.

Durante quello stesso periodo, nel maggio del 1976, il Friuli fu squassato da un violento terremoto e in pochi secondi circa mille persone morirono sotto le macerie. In quel preciso istante mi trovavo nudo sotto la doccia dopo il mio consueto allenamento di judo. Alle prime vibrazioni della terra mi fermai sulla porta e rimasi in ascolto, percepii le scosse telluriche e una voce possente si alzò dalla terra e riempì lo spazio. La luce nel frattempo era mancata, e rimasi al buio. In quel preciso istante qualcosa accadde in me, come in una donna in cui si rompono le acque del parto. Gli apparenti poli opposti dell’esistenza, la morte e la vita, per un millesimo di secondo avevano trovato la sintesi nella vocazione al “risveglio”. Mi resi conto che la vita è una grande avventura, un continuo succedersi di eventi in cui gioie e dolori di varia intensità si alternano incessantemente.

L’esperienza della morte e della sofferenza rivelava l’instabilità della vita, la sua precarietà. Compresi che è compito di ognuno trovare il proprio equilibrio e il proprio orientamento, al fine di portare a termine il viaggio nel mare dell’esistenza.

L’arte del vivere divenne parte della mia filosofia, ed ero desideroso di apprendere e di essere aiutato in questa esplorazione. Mi sentivo in pellegrinaggio. Per molti aspetti la meta era ancora lontana, fuori di me, ma l’entusiasmo giovanile scorreva nelle mie vene. Per la seconda volta lasciai l’Italia, attraversai la Manica e tornai in Inghilterra (la “terra degli angeli”).

Avevo appena compiuto ventidue anni, fra i miei bagagli c’erano un sassofono alto, le tabla e due cembali cinesi. Da tempo gli strumenti musicali erano divenuti i miei fedeli compagni. Durante il viaggio, una chiave del mio sassofono nuovo di zecca, comprato con i risparmi del lavoro del mio precedente soggiorno a Londra, si ruppe e provai una così profonda sofferenza che compresi l’importanza del distacco. Volevo imparare a non soffrire. Finalmente era chiara la meta del mio viaggio, ma dove mi avrebbe portato non lo sapevo ancora. A Londra feci riparare il sassofono e cominciai a cercare un maestro di saggezza.

Partendo dall’Italia mi ero fornito di diversi indirizzi, e in un ristorante vegetariano a Padova avevo sentito parlare di un centro buddhista vicino a Oxford dove insegnavano monaci della tradizione theravâda, la più diffusa nel Sud-est asiatico. Ero alla ricerca di una via, desideroso di verità, volto al bene, pieno di speranza: non in fuga dal mondo, ma tutto preso da un viaggio interiore che aveva restituito alla mia esistenza una grande vitalità e la percezione del sacro in ogni evento e luogo. Compresi che la vera religione è vocazione alla vita, fiducia in se stessi, nella propria esperienza, nel nostro viaggio, che è morire e vivere a ogni istante. Divenni ricettivo ai messaggi più profondi del mio cuore e tutto diventò magico: entrai in uno stato di coscienza in cui semplicemente lasciavo fluire. Sereno e rilassato, le cose accadevano e io trovavo le risposte.

L’incontro con Achaan Sumedho, maestro e monaco buddhista, fu come il riconoscimento di un padre da parte del figlio. Sumedho divenne subito il mio padre spirituale. Dopo un periodo di noviziato di circa due anni, nell’ottobre del 1979, su un’imbarcazione in mezzo al Tamigi, presi i 227 voti monastici ed entrai come bhikkhu (monaco itinerante) nella grande famiglia del sangha (la comunità monastica buddhista). Ero il primo monaco occidentale, discepolo di Achaan Chah e Achaan Sumedho, a essere ordinato in Inghilterra. Il mio nome spirituale sarà d’ora in poi Thanavaro,.”Fondazione eccellente”

Per sedici anni ho vissuto seguendo uno stile di vita semplice, meditativo e al tempo stesso laborioso, impegnato nella costruzione di vari monasteri, prima in Inghilterra (dove ho vissuto otto anni), poi in Nuova Zelanda. Dopo dodici anni di vita all’estero, nel 1990 ritornai in Italia e vi fondai il primo monastero theravâda. Incontrai altri maestri che mi colpirono in modo profondo, tra i quali il XIV Dalai Lama, il XVI Karmapa, Achaan Chah, Achaan Buddhadasa, Mahasi Sayadaw, Taungpulu Sayadaw, Krishnamurti, Namkhai Norbu e il maestro cinese Hsuan Hua. In diverse occasioni feci visita a monasteri e luoghi sacri di tutte le tradizioni spirituali, prima in Gran Bretagna e poi in Svizzera, Thailandia, Birmania, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, India, Nepal, Sri Lanka, Israele e Italia. Viaggiare divenne parte del mio stile di vita, ma l’esperienza, per quanto ormai abituale, produceva in me sempre una grande meraviglia per il fascino e la bellezza dell’incontro con nuove etnie, popoli, tradizioni e luoghi. Ogni viaggio mi arricchiva: le persone, le città, i popoli e le terre che visitavo mi parlavano della loro storia passata, presente e futura. Alcuni di questi viaggi si rivelarono veri e propri pellegrinaggi, esperienze ricche di riferimenti devozionali che sollecitavano il mio spirito nutrendomi di emozioni e intuizioni che mi colmavano di stupore nel silenzio profondo della contemplazione meditativa.

Quanta strada avevo fatto da quei primi passi mossi da bambino alla ricerca di un equilibrio che mi permettesse di camminare, correre e giocare! Allora la mia esigenza di alzarmi in piedi e fare i primi passi era più forte dei dolori provocati dalle cadute e dalle ginocchia sbucciate. Molto spesso dimentichiamo che quei primi passi sono stati formativi, esperienze determinanti per la nostra crescita. Per camminare dobbiamo trovare il nostro centro e percorrere la vita seguendo, come dice il Buddha, la “via di mezzo”, la via del perfetto equilibrio.

Questo illuminato, che presi a maestro, era Gautama Siddhârtha, detto Sâkyamuni, il “Saggio dei Sakiya”, o il Buddha, figlio del governante di una piccola repubblica ai piedi dell’Himalaya che, dopo aver lasciato all’età di ventinove anni il palazzo paterno, si dedicò con ardore alla vita ascetica. Dopo essersi dato all’ascesi per sei anni nella foresta indiana, sottoponendo il corpo a pratiche molto severe e con tale vigore che sin da quei primi anni venne riconosciuto come un maestro da altri asceti, giunse a una conclusione: bisognava evitare gli estremi tanto della mortificazione del corpo quanto della sensualità. Ed è a partire da questa conclusione che la sua pratica meditativa produsse in lui riflessioni profonde circa la natura del proprio essere. L’insegnamento che darà in seguito verrà chiamato il dhamma (in sanscrito dharma) che conduce all’illuminazione grazie alla via di mezzo, cioè alla capacità di stare in equilibrio nel mezzo, con saggio discernimento, per non cadere né a destra né a sinistra.

Il Buddha afferma che è essenziale andare oltre le proprie opinioni per poter rimanere sul sentiero. L’attaccamento alle proprie opinioni diventa spesso motivo di discordia, di estremismi; le nostre idee cambiano ed entrano in opposizione tra loro, creando conflitto e una grande difficoltà a lasciarci andare a un confronto più fluido e più armonico, a una maggior espansione della coscienza a beneficio nostro e degli altri. Questa rigidità la troviamo nella nostra stessa vita, ma è proprio la vita che, in modi diversi, ci insegna a essere più elastici e accoglienti. Le nostre resistenze sono moltissime, e finché rimaniamo rigidi non possiamo lasciar fluire l’energia. Soprattutto per quanto concerne la pratica meditativa è importantissima questa apertura di mente e cuore, perché l’energia venga accolta e ci porti a nuovi equilibri, andando poi a confluire in altre aree della nostra esperienza.

Dopo aver conseguito la suprema illuminazione, l’asceta Gautama, ora diventato il Buddha, il “Risvegliato”, animato da immensa compassione volle divulgare il suo insegnamento. Per ripagare un debito di gratitudine si ricordò dei suoi due insegnanti, Âlâra Kâlâma e Uddaka Râmaputta, ma vide con l’occhio della mente che entrambi avevano da poco lasciato il corpo. Allora ripensò ai cinque compagni di ascetismo e si mise in viaggio verso Vârânasî, per raggiungerli nel Parco dei Daini di Sârnâth. Dopo alcuni giorni, giunse al Parco dei Daini. Vedendolo arrivare, i cinque asceti decisero di non andargli incontro per non dimostrare rispetto al loro vecchio compagno di strada e per molti versi maestro, il quale però, a loro parere, aveva imboccato una via sbagliata. Si narra che, benché ce la mettessero tutta per non manifestare rispetto e devozione, furono colpiti dall’aura di luce che emanava dal corpo del Buddha e gli espressero il loro rispetto. Gli prepararono un posto a sedere, gli lavarono i piedi, gli offrirono da bere e condivisero il cibo con lui. Era evidente che il loro vecchio compagno di pratica aveva conseguito qualche realizzazione.

Il Buddha, volendo condividere la sua conoscenza con i cinque asceti, tenne loro un discorso che viene ricordato come il “Discorso delle Quattro Nobili Verità”, una vera gemma nella formulazione dottrinale di una tradizione spirituale. In poche parole il Buddha sintetizza tutto il suo pensiero religioso estendendo il suo messaggio all’intera umanità, senza distinzioni. La prima nobile verità è la constatazione che esiste la sofferenza, la seconda ne indica l’origine nell’ignoranza e nell’attaccamento, la terza prospetta la fine della sofferenza, e la quarta indica la via per mettervi fine. Il messaggio del Buddha è di carattere universale e può essere abbracciato da tutti poiché richiama l’attenzione dell’essere umano sulla sua condizione, sulla sua stessa esistenza, al di là di preconcetti, fedi, credenze e dottrine metafisiche. Il Buddha ci invita a rivolgere una profonda attenzione alla nostra esistenza così com’è, e a riconoscere le cose così come sono. Probabilmente per questo motivo il buddhismo, pur essendo considerato da molti una religione specifica, è un sentiero spirituale adatto all’intera umanità. È un insegnamento realisticamente ottimista e universale.

Chiunque ci insegni a percorrere una strada verso la libertà e l’amore è una guida spirituale. Negli anni ’70 molti giovani si recarono in India per incontrare un guru, un maestro, colui che rimuove l’oscurità e il dolore dal cuore del discepolo. Le Kumbha-melâ, le grandi celebrazioni religiose del calendario induista, sono a tutt’oggi occasioni uniche per l’incontro di guru, svâmin, sâdhu, asceti e fedeli. La presenza concentrata di così tanti santi, mistici e asceti, diventa motivo di devozione per milioni di induisti che considerano di buon auspicio vederli e toccarli. Essi sono una luce nel mondo; la loro pace, saggezza e amore trasmettono gioia e serenità.

Queste grandi adunanze di maestri, mistici e asceti provoca un enorme afflusso di pellegrini provenienti da ogni luogo, spinti dal desiderio di provare l’esperienza del darçana, l’incontro con un santo. I luoghi dove avvengono tali raduni sono famose mete di pellegrinaggio. Da sempre, in tutto il mondo, i fedeli delle diverse tradizioni spirituali intraprendono almeno un pellegrinaggio nella loro vita. Gerusalemme è la città santa per ebrei, cristiani e musulmani, e per questi ultimi recarsi in pellegrinaggio alla Mecca è un dovere religioso. Fatima, Lourdes, Medjugorje, Roma, Assisi e San Giovanni Rotondo sono per molti cristiani luoghi santi di venerazione, e tanti altri sono mete di pellegrinaggi che ci riempiono di grandi emozioni. Le vette di molte montagne sono ritenute sacre, e così alcuni fiumi, ad esempio il Gange, o intere regioni geografiche; basti pensare a Israele, considerato da molti la Terra Santa, o il Tibet, che prima dell’invasione cinese era la terra votata alla ricerca mistica del buddhismo vajrayâna.

Intraprendere un pellegrinaggio ci aiuta a dare un senso alla nostra vita. Uscendo dai luoghi comuni, dalle abitudini e dalla routine quotidiana, riprendiamo contatto con le nostre forze vitali. Esercitando la volontà, il pensiero e il sentimento raggiungiamo la meta e ci connettiamo con le vibrazioni del cuore che entra in sintonia con i luoghi sacri e viene trasportato a stati di coscienza più elevati. Proviamo sentimenti di devozione e di amore, accediamo tramite la preghiera, la meditazione, la riflessione, la contemplazione e l’intuizione a una conoscenza profonda. Partecipiamo ai misteri della terra, delle sue leggi sottili e spirituali. Comprendiamo la vita di tanti uomini e donne che si sono dedicati all’esercizio spirituale fino a trasformarsi completamente, liberandosi dal giogo della sofferenza e dell’ignoranza.

Il pellegrinaggio ci aiuta ad andare oltre noi stessi. Per farlo dobbiamo superare paure e attaccamenti, e confrontarci con le nostre resistenze. Rinunciamo alla sicurezza dell’ambiente a noi familiare, diveniamo consapevoli della nostra interdipendenza e al tempo stesso sentiamo di essere soli. Entriamo in contatto con una dimensione soggettiva ricca di stati d’animo, mossa da forti energie sottili che possono portarci a sperimentare visioni, guarigioni, estasi. Penetriamo in una dimensione di ricerca che richiede tutta la nostra forza ed energia, tutta la nostra fede, per far splendere la luce della conoscenza che ci farà uscire dai nostri condizionamenti ed egoismi.

Non dobbiamo dimenticare che la meta a cui aspiriamo è una meta spirituale, interiore: il sincero riconoscimento di chi siamo. Se è vero che siamo esseri umani con la possibilità di trovare la luce, è anche vero che la nostra responsabilità di esseri umani è quella di manifestare questa luce nel mondo, nelle nostre relazioni. Questa ricerca è sempre volta al bene, perché nella spiritualità il fine non giustifica mai i mezzi. Spesso ciò che ci frena nell’intraprendere una pratica spirituale è la mancanza di fiducia, che deriva dal non avere un’esperienza diretta, dal non esserci applicati con entusiasmo, con apertura. Dobbiamo sempre avere fiducia in noi stessi. Quando non c’è fiducia, stiamo dando credito alle nostre resistenze e alla nostra pigrizia, perché uscire dai vecchi schemi richiede molta energia e forza. Non bisogna aver paura degli sbagli, perché fanno parte del cammino.

Possiamo intraprendere un pellegrinaggio da soli o con altri. Strada facendo conosceremo di più noi stessi e acquisteremo maggiore tolleranza e comprensione, impareremo a essere elastici, ad accettare l’imprevisto, a vivere le cose nell’intimità del cuore, soli ma sempre accompagnati e sostenuti dalla vita. Il pellegrinaggio è una particolare forma di espressione della fede di uomini e donne di tutto il mondo, appartenenti alle più disparate tradizioni spirituali, scuole filosofiche o idee politiche. C’è sempre un luogo considerato “altro da noi” e sacro. Un luogo da raggiungere, da esplorare e conoscere. Questo viaggio richiede spesso di percorrere lunghe distanze; di attraversare fiumi, laghi, mari e oceani; di salire su una montagna per raggiungerne la vetta. A volte ci permette di affrontare e superare le nostre paure, come quella di prendere un aereo e volare nel cielo.

Arriviamo al “luogo alto”, il santuario, la chiesa, il tempio o semplicemente la terra, l’acqua, il fuoco o uno spazio sentito come sacro, che diventa per noi il punto di intersezione del piano orizzontale con il piano verticale. Se ciò accade accediamo ai beni dello spirito, abbiamo una percezione del divino ed entriamo nel gioco sinergico dell’esistenza, indicato a volte come la danza sacra del cosmo. In quel momento diveniamo la meta, siamo arrivati, santificati, consacrati, benedetti. Alla fatica subentra la pace, i nostri pensieri e le emozioni si trasformano, il cuore si apre, la nostra volontà è rinnovata. In questi luoghi avvengono conversioni e iniziazioni, eventi soprannaturali, riceviamo i doni spirituali, riscopriamo noi stessi. Avendone fatto esperienza personale e avendone tratto ispirazione ed enormi benefici, in questo anno 2000, l’anno del grande Giubileo, mentre la città di Roma è in fermento e nel caos per il grande evento che vede milioni di pellegrini cristiani giungere da ogni angolo della terra, vorrei rendervi partecipi raccontandovi uno dei miei tanti pellegrinaggi. Un viaggio che per me ha significato la realizzazione di un sogno e la scoperta di una realtà interiore di grande pace, luce e amore.

(Tratto dal Libro: “La via del Pellegrino – Visita ai Luoghi Sacri del Buddha di Mario Thanavaro – Promolibri Magnanelli Editore).